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sabato 9 giugno 2018

Rio Elba, ritorna l'Infiorata


Funziona spesso così. Un semplice evento della quotidianità è in grado di farti riaffiorare il passato e aprire l’album dei ricordi. E’ stato sufficiente riproporre  un’usanza finora sepolta nelle pieghe del tempo, per riportare scaglie di episodi vissuti nell’infanzia, pratiche un tempo in uso e poi non più riproposte. E’ quanto è accaduto recentemente a Rio nell’Elba, in coincidenza con la festività del Corpus Domini. Quando le parrocchiane addobbavano gli altarini lungo il percorso che veniva ricoperto dalla processione. Dalle finestre campeggiavano lenzuola e coperte multicolori, ma soprattutto le vie venivano addobbato con un fantasmagorica pioggia di fiori di campo. Era l’Infiorata. Che veniva preparata dalle donne più in vena artistica, lungo la Via Maestra, quella che scendeva dalla parte alta del paese, dritta dritta in direzione della chiesa parrocchiale. Vietato a noi ragazzi passarci sopra prima della processione: si sarebbero guastate le immagini e l’effetto non sarebbe più stato lo stesso. Dopo anni che non veniva riproposta, ecco che l’Infiorata ha fatto la sua comparsa quest’anno. Come vuole la tradizione. La festa del Corpus Domini chiude il trittico di festività religiose contrappuntate dall’Ascensione, dalla Pentecoste e infine dalla festa della Ss. Trinità, con la processione dal paese al piccolo tempio del Padreterno. Ognuna con la sua forma rievocativa che la contraddistingue dalle altre, in attesa poi di festeggiare il patrono, in piena estate, il 25 luglio. E insieme a Rio nell’Elba, c’è stato anche il paese di Campo nell’Elba che ha celebrato tale ricorrenza, addobbando a dovere la centralissima via Roma e non solo. “Le strade di Marina di Campo – si legge nel comunicato trasmesso dalla parrocchia - si sono colorate di mille sfumature per l'allestimento della consueta infiorata in occasione della festività del Corpus Domini. Già dalle prime ore del mattino, numerosi fedeli hanno trasformato il paese in una galleria artistica a cielo aperto, realizzando dei veri e propri quadri con petali di fiori e segatura colorata”. Poi la sera la processione ha sfilato lungo il percorso appositamente decorato. Quest’anno sono intervenute le donne del Circolo degli anziani “Mario Cacialli” insieme con la Pro Loco di Rio nell'Elba ripristineranno in occasione della celebrazione religiosa del ‘Corpus Domini’ la tradizione della Infiorata. Tutte le vie percorse saranno appositamente addobbate con temi floreali. Hanno partecipato all'evento i bimbi della Parrocchia che hanno appena ricevuto la Prima Comunione , i quali hanno provveduto, secondo l'antica usanza, a cospargere le vie di ulteriori petali di fiori. E’ stato un trionfo di colori e di fiori primaverili a Rio nell'Elba è stata ripristinata la tradizione della Infiorata in occasione della festa religiosa del ‘Corpus Domini’. La manifestazione ha suscitato l’interesse e l'ammirazione di innumerevoli persone giunte sul posto. L’evento ha potuto avere luogo grazie al concorso degli studenti dell’Ite “G.B. Bodoni” di Parma, in paese per il periodo di alternanza scuola-lavoro. “Si è trattato – ha commentato il presidente della Pro Loco - di una giornata nella quale ogni riese ha saputo offrire il meglio di sé, indipendentemente dal proprio credo religioso o dalle proprie ideologie. Rio e l’amore verso di esso sono tornati al centro dell’interesse di ogni suo abitante. Soltanto grazie a questi fattori la Pro Loco è quindi riuscita a coordinare un evento che era caduto in disuso da molti anni. Ciò considerato, nel ringraziare idealmente tutti coloro che hanno contribuito al successo della manifestazione. Si auspica – ha concluso - che questo evento sia stato soltanto il primo di una lunga serie, tanto da ricondurre Rio Elba e l’intero versante Orientale ai fasti che essi meritano”.

sabato 26 maggio 2018

Mostra multimediale su Napoleone all'Elba


Si arricchisce il pacchetto degli ambienti da visitare alla villa napoleonica di San Martino. Da questa stagione infatti si potranno visitare gli appartamenti a pianto terra della “maison rustique” del Generale corso, secondo quanto previsto dal programma di lavoro redatto dalla direttrice dei due musei napoleonici, Antonia D'Aniello e autorizzato dal Polo Museale toscano sotto la cui giurisdizione ricadono le regge dell’Elba. Si tratta della cucina, del bagno di Paolina e di un'anticamera piuttosto austera. Stanze tutte con interessanti decorazioni: frutto di contaminazioni di diversi stili pittorici, da quello prettamente imperiale che avrebbe dovuto far ricordare all'Imperatore i fasti delle Tuileries allo stile fiorentino. Quando Napoleone si trovava al primo piano nel suo studiolo a lavorare e aveva voglia di un bagno non doveva far altro che alzare una botola e scendere nell'ambiente sottostante che oggi porta il nome della sorella dell’Imperatore. Sopra la vasca in marmo il Sovrano volle un affresco che riproduceva una figura femminile nuda, vista di fronte, con il busto appoggiato sul gomito e le gambe allungate. In alto, sulla destra, la scritta in latino che pare sia stata ispirata e voluta dallo stesso Sovrano: "Qui odit veritatem, odit lucem" (Chi odia la verità, odia la luce), la cui ultima parola però della prima riga dovrà essere corretta in quanto il restauratore (probabilmente digiuno della lingua latina) ha trasformato la 'v' di "veritatem" in 'm' cambiandone completamente il senso. Questa serie di interventi di restauro al museo di San Martino è iniziata dopo il distacco dal cornicione di alcuni fregi d'ottone imperiali e di altre decorazioni, all'epoca rimossi e oggi in fase di restauro. Attualmente si stanno mettendo in sicurezza i grandi vasi che sporgono dalla balaustra della Galleria Demidoff, dal nome del suo ideatore, il principe russo Anatolio, marito per alcuni anni della nipote di Napoleone, Matilde Bonaparte. Tutto sarà pronto entro la fine di maggio. L’intervento, una volta ultimato, restituirà alle centinaia di ospiti che visiteranno la Villa quello che a tutti gli effetti era il "Giardino terrazzato" della ‘casa di campagna’ di Bonaparte nel suo primo esilio, così come lo concepì lo stesso Demidoff. Ma non sarà l’unica novità della stagione 2018 per il museo. Altre proposte riguardano la cartellonistica. Sono stati sostituiti e aggiornati tutti i cartelli che danno utili informazioni sul percorso e le eccellenze da visitare. Poi, seguendo un'impostazione che ha voluto mantenere fin dall'inizio del suo mandato, la direttrice D'Aniello ha anche curato l'aspetto esterno, compreso lo stesso giardino antistante la villa e il parco ad esso connesso. Una fitta vegetazione impediva la vista della Villa del Conte Pullé, in pratica non molto distante dall'ingresso del museo napoleonico. Il bellissimo complesso ottocentesco con un'imponente rampa di scale sia sul lato destro che sinistro, fa da degna cornice alla stessa ‘maison rustique’. Come pure ristrutturato è il percorso all'interno del parco che conduce alla Serra che Pilade del Buono, verso la fine dell'Ottocento, fece costruire dall'architetto Adolfo Coppedé. Infine la fontana di fronte all'ingresso della maison. Il suo funzionamento idraulico è completamente assente. Insieme con quella nel giardino dei Mulini è inserita nell'Art Bonus, il sistema di incentivi fiscali a favore di privati o società che decidono questa forma di mecenatismo ricavandone crediti d'imposta. «Tanto entusiasmo all’inizio. Tanti buoni propositi. Ma fino a oggi - conclude Antonia D'Aniello - non è arrivato neppure un euro da chicchessia».

sabato 10 marzo 2018

A proposito di Smart



Portoferraio - La Fondazione "Villa romana delle Grotte" e con essa il progetto sulla rada di Portoferraio sono stati costantemente presenti nei vari simposi culturali che si sono tenuti recentemente a Roma, Firenze e Pisa. E presto ci sarà un appuntamento in programma anche al centro congressuale De Laugier. Da parte sua la Fondazione delle Grotte ha preso parte, quest'inverno, a tutta una serie di presentazioni a livello nazionale, sempre finendo per parlare della Rada di Portoferraio. È stata invitata da Aithale, gruppo di ricerca delle tre università toscane responsabili dello scavo archeologico della villa rustica romana di San Giovanni e che sono l'Università di Siena e Scuola superiore normale di Pisa per archeologia e università di Firenze per scienze della terra. «La Fondazione "Villa romana delle Grotte" - scrive la presidente Cecilia Pacini, - nella rinnovata veste che comprende anche il Comune di Portoferraio, punta sulla direzione scientifica quale elemento cardine per l'offerta culturale: con il contributo dell'archeologa Laura Pagliantini che ci ha rappresentato finora, si afferma nel sistema museale di Portoferraio e dell'Arcipelago Toscano. Il futuro restauro delle cisterne della Villa, progetto lanciato grazie a un finanziamento di Asa spa che ne permette la sua impostazione, apre ulteriori sviluppi». Per cui dal salone dell'archeologia e turismo che si è appena concluso e che ha visto partecipare tra i relatori anche Alberto Angela, riempiendo all'inverosimile la sala Congressi di Firenze, alla Crypta Balbi del museo romano a Roma, alla prossima presentazione alla Scuola normale superiore di Pisa. In ognuno di questi appuntamenti ricordati il progetto della rada di Portoferraio è stato il vero protagonista. Ora si guarda già al prossimo appuntamento (entro fine mese) a Portoferraio, sull'Isola d'Elba. Sarà l'occasione perché Franco Cambi e Laura Pagliantini, ambedue docenti del dipartimento di scienze storiche e dei beni culturali dell'università di Siena faranno conoscere agli elbani i risultati dell'ultima campagna di scavi nel podere dei Gasparri a San Giovanni che ha portato al ritrovamento di uno scheletro presumibilmente di un giovane morto e sepolto abbastanza frettolosamente. Inoltre i due docenti relazioneranno sull'intera campagna di scavi a San Giovanni iniziati nel 2011 con l'intento di far luce sull'attività siderurgica etrusca e poi romana sull'Isola. Poi la ricerca ha preso un'altra strada e ha scoperto una "protovilla" situata presso il mare, dotata di un piccolo porticciolo. I lavori per la costruzione di questa "pars rustica" della villa rappresentano la fine della fase metallurgica elbana. Infatti, a causa della difficile reperibilità del combustibile necessario per la lavorazione del ferro, circa nel 100 a. C. sull'Isola cessa l'attività di estrazione di questo minerale, che era stata portata avanti fin dagli etruschi. L'area attualmente sede degli scavi viene trasformata quindi in una zona agricola di grande pregio, con colture di vigneti, oliveti, frutteti. Inoltre sarà l'occasione per il definitivo lancio del progetto Smart, il nuovo sistema museale dell'Arcipelago Toscano, finanziato dalla Regione Toscana e adottato da tutti i Comuni delle isole toscane. Lo Smart è cofinanziato dalla gestione associata per la promozione turistica dei Comuni dell'isola d'Elba. Si tratta di un vero cambiamento epocale per il patrimonio culturale delle isole.

domenica 18 febbraio 2018

Capolavori d'arte nascosti



L’amore per la cultura e non solo. Anche per l’arte tout court. La passione per il collezionismo, la natura e le armi. Tessera dopo tessera prende forma la figura poliedrica e dai molteplici interessi (in parte trasmessi in eredità dalla famiglia, in parte dall’ambiente fiorentino che ha frequentato per lunghi periodi) di Mario Foresi, il fondatore della biblioteca comunale che porta il suo nome. Ma anche l’artefice di un vero tesoro conservato nei magazzini. Qualche volta esposto, sia pure a tratti. Il più delle volte invece lasciato sulle scansie. Una collezione accumulata e arricchita via via di vere e proprie eccellenze. Poi donata alla comunità elbana, a dimostrazione del suo smisurato amore per l’Isola, perché le nuove generazioni ne traessero vantaggio. In primis per la loro formazione culturale. Convinto qual era che i saperi rendono gli uomini sempre più liberi. Lo spinse la passione per le lettere a raccogliere opere del ‘500, ‘600 e ‘700. Alcune di queste in edizioni così rare e preziose al punto che neppure la biblioteca Nazionale di Firenze ne conserva una copia. Sono state fatte oggetto di studi universitari. E una mostra fu allestita nel 1983. Poi le cinquecentine furono depositate sugli scaffali. L’esposizione fu curata da Marina Grazia Barboni, in collaborazione con il Comune di Portoferraio, la Regione toscana e il Dipartimento Istruzione, Servizio beni librari e archivistici. In quella occasione fu anche pubblicato il catalogo dell’intera raccolta; alcuni esemplari furono esposti in bacheche di vetro alla visione del pubblico che ebbe così l’opportunità di ammirare i frontespizi (e anche il resto conservato fino a quel momento sugli scaffali) dei volumi. Stessa sorte che hanno seguito le tavole anatomiche edite a Venezia agli inizi del 1800, a cura di Leopoldo e Floriano Caldani, fisiologi, anatomisti e scienziati italiani. Infatti, nella primavera del 2008 nell’archivio storico presso il centro De Laugier, fu organizzata un’esposizione nel corso della quale furono mostrati quattro tomi di disegni e un’altra opera appena restaurata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno, formata da 400 fogli. L’idea fu lanciata da Giuseppe Battaglini, direttore all’epoca della Foresiana. Il quale, non potendo disporre dello spazio necessario per sistemare adeguatamente l’intera collezione, pensò bene a praticare il sistema della rotazione delle tavole. Ogni giorno, qualcosa di diverso e non meno interessate della giornata precedente, mettendo però a disposizione del visitatore il volume contenente la completa raccolta. Fu così tanto il clamore di queste tavole che furono diversi atenei italiani a interessarsi alla collana di Foresi. Sempre nella primavera del 2008 una seconda mostra, non meno interessante della precedente. Si trattava questa volta di armi. In tutto una ventina, alle quali si aggiunsero successivamente altre acquisizioni di varia provenienza, compresi i lasciti di altri elbani, come quello del generale Ulisse Aronni. E' lo stesso Foresi, nel suo inventario dattiloscritto, a parlarcene dettagliatamente. Sono pezzi unici. Eccezionali. Con un pedigree di tutto rispetto, come le spade del duello del patriota Gabriele Pepe e Alphonse de Lamartine esposte in vetrina nella pinacoteca, come le due pistole di proprietà di re Giorgio d'Inghilterra o quelle appartenute al principe Luigi Napoleone. Tutti esemplari attorno ai quali si è dipanata la storia del continente europeo. E si arriva così, infine, al maggio 2013. Nell’archivio storico del Comune fu presentato l’erbario di Joseph Antoir, medico chirurgo militare francese con la passione per la botanica. Il dottore realizzò la raccolta intorno agli anni 1810-1830. Essa comprende piante dell'Isola d'Elba, della Toscana, dell'Egitto, della Siberia, della Cina. Nei depositi della Foresiana ci sono 20 grosse scatole numerate progressivamente. Sulla costola sono applicate a mano e in stampatello le etichette dove spicca, a grossi caratteri, la scritta "Herbier". Scrisse su "Lo Scoglio" Aulo Gasparri: "Raccolte in fascicoli si trovano ben conservate alghe, licheni, funghi, felci e piante di ogni genere. Ogni esemplare è ben disseccato come se fosse stato raccolto di recente". Una cura quasi maniacale per i particolari, un valido aiuto per conoscere meglio il mondo esterno. Per apprezzarlo, amarlo e modificarlo senza però distruggerlo. Peccato che tutto questo sia chiuso in scatole di cartone accatastate nel deposito del De Laugier.

venerdì 2 febbraio 2018

Storia di un brigante



Il brigante Guazzino (al secolo Antonio Guazzini), originario di Casacce Sinalunga (Siena), non è così famoso come il ‘Passator cortese’ (Stefano Pelloni, figura leggendaria della Valmarecchia di Romagna) immortalato da Giovanni Pascoli in una sua famosa lirica e da Garibaldi come bravo italiano che sfida i dominatori, ma anche il senese, ai suoi tempi, è stato un fuorilegge temuto nel Granducato di Toscana, se per eseguire la condanna a morte sulla forca, cui fu condannato dal tribunale il 22 febbraio 1817 per omicidio e grassazione, fu chiamato a Firenze dallo Stato Pontificio un professionista in termini assoluti, quel tal mastro Titta, “er boia de Papa-re” (all’anagrafe romano rispondeva al nome di Giovanni Battista Bugatti), dall’alto delle sue 514 sentenze di morte eseguite in quasi 70anni d'attività. Così celebre mastro Titta, da essere perfino interpretato da Aldo Fabrizi nelle prime edizioni del ‘Rugantino’. Due big, insomma: uno il carnefice, l’altro il bandito. Guazzino assaliva le carrozze e terrorizzava i viaggiatori che si spostavano da una città all’altra in questa parte della Toscana. Titta li consegnava invece alla giustizia divina. Due vite che a un certo punto s’incrociarono: il primo, ladro conclamato. Il secondo, carnefice. Due storie che s’incastrano perfettamente, trovando l’una ragion d’essere nell’altra. Comunque sia, sarebbero finite nell’alveo delle infinite vicende giudiziarie ottocentesche che hanno caratterizzato l’Italia preunitaria, se un personaggio non le avesse tenute insieme e ce li avesse tramandate. Parliamo di Sandro Foresi, letterato elbano di raffinata e profonda cultura, poeta lui stesso, personaggio eclettico, amante dell’arte tout court con la passione del collezionismo. Aveva un fiuto particolare nel selezionare gli oggetti. Raccoglieva soltanto ciò che gli trasmetteva particolari emozioni e sensazioni forti. E dovette avvertire un sentimento del genere, quando si trovò di fronte al crocifisso (alto non più di 25 cm) che gli mostrò l’amico pittore Emilio Lapi. Non tanto per il simbolo in sé, quanto per la storia che era legata a esso. Il pittore fiorentino gli confessò di averlo ricevuto da un frate, quel tal padre Bernardino dell’oratorio che era nei pressi di ponte alla Carraia. Il religioso era solito accompagnare i condannati a morte dalle prigioni granducali, dove erano stati alloggiati immediatamente dopo il pronunciamento del tribunale, fino al patitolo di Porta alla Croce, esattamente al centro dell’odierna piazza Beccaria, dove attualmente si trovano le isole pedonali. Questo piccolo crocefisso fu porto al condannato. Che era appunto Guazzino, pochi istanti prima che mastro Titta infilasse al collo del disgraziato la corda con il nodo scorsoio. Fin qui niente di eccezionale; anzi uno spettacolo abbastanza consueto, se non fosse per il fatto che Guazzino fu l’ultimo a esalare il respiro dalla forca. Dopo di lui infatti, il governo granducale optò per la decapitazione, più istantanea e meno dolorosa. Come si sa il Granducato abolì la pena di morte il 30 novembre 1786, per poi reinserirla nel 1790 per i cosiddetti crimini eccezionali; infine l’abrogò definitivamente il 30 aprile 1859, alla vigilia del referendum che sanciva l’unione della Toscana al neonato Stato Italiano. Quindi Guazzino fu l’ultimo a subire le sofferenze dell’esecuzione capitale e per questo che Mario Foresi chiese e ottenne il crocifisso, al quale si premunì di dotarlo di un piedistallo. Sotto di esso di sua mano scrisse come, quando e da chi l’aveva avuto. Era l’anno 1888. E mentre mastro Titta, grazie alla sua conclamata abilità in ogni genere di supplizio dalla mazzola, allo squarto, alla forca per finire alla ghigliottina, indossando sempre una tunica e cappuccio rosso quasi fosse un attore teatrale, si trasformò in personaggio leggendario, Guazzino invece non è andato oltre a uno sbadito ricordo di storia, sia pur contribuendo con le sue imprese a creare attorno alla figura del brigante, nei molti scritti post-unitari, quell’alone romantico di generoso ribelle, eroe di protesta individuale e disperata contro gli oppressori. In conclusione, un altro reperto storico conservato in una teca nel deposito della Foresiana, a dimostrazione del fatto, qualora ce ne fosse bisogno, di quanti tesori nascosti si trovino in quelle stanze.