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domenica 24 settembre 2017

La ministra Pinotti sale a bordo della Vespucci

Quella che doveva essere una visita al di fuori del protocollo istituzionale, è finita per rivelarsi un segreto di Pulcinella. Ci riferiamo alla venuta all'Elba del ministro della Difesa Roberta Pinotti, compiuta il 22 settembre scorso. Non era stato dato l'annuncio agli organi di stampa. Tutto doveva doveva avvenire nel più stretto riserbo, per ragioni di sicurezza nazionale. Doveva essere una sorpresa, benché settimane prima un grosso elicottero della Marina militare avesse sorvolato da vicino Portoferraio e compiuto sul capoluogo elbano diversi giri di ricognizioni. Alla fine si è venuti a sapere che l'elicottero militare aveva effettuato un sopralluogo, per capire e quindi scegliere il sito migliore su cui atterrare, visto che avrebbe trasportato un personaggio importante del governo italiano. Oltre le supposizioni, comunque non si era andati. Fino a quando, a poche ore dall'arrivo dell'elicottero all'aeroporto di Campo nell'Elba, non si è capito che si trattava della ministra Pinotti, responsabile del Dicastero della Difesa. In visita e per fare un saluto di cortesia all'equipaggio della nave scuola Amerigo Vespucci, alla fonda in rada. Doppia circostanza favorevole per l'Elba: il ritorno dopo anni di assenza della Vespucci che, comunque sia, attira sempre e costantemente l'attenzione sia dei residenti sia dei numerosi ospiti che tutt'ora si trovano sulla maggiore isola della Toscana, mancava da questi parti da diversi anni, sia la venuta (sebbene di poche ore) dell'onorevole Pinotti. Tutto questo è avvenuto il 22 settembre, al molo Elba, dove, la mattina stessa il sindaco di Portoferraio Mario Ferrari aveva presieduto alla cerimonia di commemorazione delle vittime del piroscafo Andrea Sgarallino. E alle 16 e 40 allo stesso molo si è imbarcata sul mezzo della Capitaneria di porto di Portoferraio la ministra per raggiungere la Vespucci e quindi salira a bordo per i saluti di circostanza. Nessun giornalista è stato accreditato a filmare l'evento; nessuno ha potuto quindi registrare quanto si è svolto a bordo della nave orgoglio della Marina militare. Ma veniamo alla cronaca della giornata per gli attimi che ci è stato possibile seguire. La ministra della Difesa Roberta Pinotti è arrivata all'Elba intorno alle 16 di ieri. La responsabile del governo è atterrata all'aeroporto di Marina di Campo con un elicottero della Marina Militare. Ad attenderla il comandante della capitaneria di porto Riccardo Cozzani e il capitano della compagnia elbana dei carabinieri Antimo Ventrone. La ministra ha attraversato la pista ed è salita, scortata, a bordo di una delle auto di stato in attesa all'esterno della stazione aeroportuale campese. Il trasferimento a Portoferraio è stato pressoché immediato. La visita del responsabile del dicastero della Difesa, di natura tecnica, non ha previsto momenti pubblici e incontri con le istituzioni locali. Intorno alle 16,30 il molo Elba di Portoferraio era presidiato per motivi di sicurezza da numerosi uomini della capitaneria, carabinieri e polizia di Stato. La ministra è scesa dall'auto blu sorridente, scambiando un veloce gesto di intesa con le autorità militari che la attendevano e salutando i tanti cittadini e turisti che, nel frattempo, si erano radunati a poca distanza dalle imbarcazioni della Capitaneria e della Marina accostate sul molo. Pinotti ha raggiunto la Vespucci, accompagnata dal capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano e dal capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Valter Girardelli. Successivamente ha visitato anche le altre unità navali ancorate in rada e ha salutato gli equipaggi, gli allievi ufficiali e sottufficiali. Nella giornata successiva, l'onorevole Pinotti ha premiato i militari che hanno partecipato alla gestione dell'emergenza dell'alluvione di Livorno. Tre giorni la nave scuola Amerigo Vespucci è stata alla fonda in rada. Ed ha destato grande attenzione e attirato molti ammiratori. Assieme alla Vespucci le altre unità navali della Marina, Luigi Durand de la Penne, Palinuro, Orsa Maggiore, Corsaro II e Caroly. Portoferraio è stato il primo porto italiano toccato al termine di un lungo viaggio nel Mediterraneo, nell'oceano Atlantico, nord America, Mar Egeo e Mar Nero.  

mercoledì 13 settembre 2017

Intervista a Sergio Carlotti sulla rivolta al carcere di Porto Azzurro

PORTO AZZURRO
Trent'anni dalla fine di quell'agosto e neppure sentirli. Se non, forse, nel fisico un po' appesantito rispetto a quello che aveva a 34 anni appena compiuti. Se non lo tradisse poi l'espressione del viso di persona matura, rispetto a quella invece di giovane laureato che segue la moda e che amava suonare, insieme ai suoi coetanei liceali e universitari, nel complesso bit, esibendosi nei vari locali notturni dell'Isola. Ma per il resto è rimasto lo stesso, Sergio Carlotti. Alto, occhialetti da lettura e, nel 1987, sulle tempie una lievissima sfumatura di capelli bianchi, nella folta criniera nera, che oggi è solo un ricordo. Insomma un'aria professionale, propria di chi è calato nel ruolo in cui crede, quello di medico della Casa di reclusione più famosa della Toscana e oltre. “Quando Tuti entrò in Infermeria – ricostruisce – mi scambiò per il sindaco di Porto Azzurro”. Che successo sarebbe stato per il sequestratore di Empoli: in un colpo solo avrebbe disposto del direttore dell'istituto Cosimo Giordano e del sindaco di Porto Azzurro. Ma non fu così. “Lo dovetti smentire – continua il dottore portoferraiese – Tuti non commentò oltre. In quel momento aveva altro cui pensare”. La memoria di quei giorni è sempre fresca in lui. Il medico non ha rimosso nulla degli eventi. “Ho ripreso la vita di sempre – ammette, guardando alle settimane subito dopo il sequestro – Sono rimasto al mio posto di medico del carcere. Che è la mia missione”. E lo è tutt'ora, come quel 25 agosto, quando aprì il cancello di ferro per far entrare Tuti e compagni. “Intuii che stava succedendo qualcosa d'insolito – dice – da un colpo di pistola esploso d'abbasso, nel cortile. Poi arrivò la telefonata e le cose cambiarono”. Entrarono in due gruppi distinti. E Tuti, che sembrava il leader dei rivoltosi, agitava in una mano la pistola e nell'altra una scatola di latta, del tipo di quelle che si usano per conservare il tonno. Diceva esserci dentro dell'esplosivo, una bomba artigianale. “Non mi sfiorò neppure in un attimo la paura di non farcela – ammette – La mia vera preoccupazione fu come dirlo a mia madre, senza impressionarla ulteriormente. In quel periodo le sue condizioni di salute non erano molto buone, sicché decisi di chiamarla quella sera stessa, la prima del sequestro, e le dissi di non aspettarmi per cena ché avrei fatto tardi”. A quell'epoca Carlotti viveva ancora con i genitori a Carpani ed era al primo vero tirocinio della professione. Successivamente, avrebbe vinto il concorso di cardiologia e fu assunto stabilmente presso l'ospedale civico di Portoferraio. “Ma ho continuato a tenere l'incarico nel penitenziario di San Giacomo”, ammette. “Quando mi presentai agli esami del concorso, il cuore mi batteva a mille. L'adrenalina la stava facendo da padrone nel mio corpo. Sentivo i capelli ritti in testa. La stessa, identica sensazione che provai nei primi momenti del sequestro. Poi all'epoca tutto si acquietò e il mio corpo si adattò alla nuovissima situazione. Allora pensai: 'Ma come? Sono riuscito a superare quei difficilissimi momenti in cui la mia vita era in pericolo e adesso non riesco a controllare le emezioni, che non sono così drammatiche come durante il sequestro'. Appena fatto questo ragionamento, sentii all'improvviso che il cuore cominciava a battere regolarmente. La situazione si stava normalizzando”. Un altro effetto positivo dell'esperienza vissuta sotto la minaccia della rivoltella di Tuti fu la sicurezza che dimostrava quando entrava nelle celle, a visitare i detenuti che non erano riusciti a raggiungere l'Infermeria. Generalmente i dottori che lo avevano preceduto nell'incarico erano accompagnati da uno o più agenti di custodia. Lui invece si presentava da solo, con indosso il camice bianco, l'immancabile valigetta e il fonendoscopio che gli penzolava sul petto: il suo pass partout, il biglietto da visita. Era la reazione all'avventura vissuta nell'Infermeria, sotto la minaccia delle armi? Può essere. Fatto sta che Carlotti da allora assunse una maggior sicurezza. Durante la settimana del sequestro dormiva in cella, insieme con altre due agenti. “Un detenuto che all'interno del carcere aveva molta considerazione – rivela il medico – fu Facchinieri. E' stata una fortuna averlo in Infermeria. Mi ha fatto da padre e io mi sentivo più protetto”. Ci fu anche un momento di tensione quando dal soffitto cadde della polvere e si avvertirono dei rumori. Erano i corpi specializzati che si schieravano per un intervento che si sarebbe risolto con spargimento di sangue. “Dopo la richiesta non andata a buon fine della macchina blindata del direttore – dice Carlotti – spuntò l'ipotesi dell'elicottero. Tuti mi disse che se fosse arrivato, io sarei stato fra gli ostaggi, avendo la stessa altezza dei sequestratori. Tutti con il cappuccio per non essere riconosciuti. Ma ci rendemmo presto conto che non sarebbe mai arrivato. Invece trovava terreno fertile la trattativa avviata dal direttore Giordano. 'Se me lo concedono – gli disse Tuti – starei bene a Pianosa o a Montecristo'”. Gli confidò. Fu il segnale che la trattativa aveva imboccato la strada giusta. Tuti gli rivelò la sera prima della liberazione che avrebbe fatto esplodere le bombe rudimentali fuori dalle inferiate. “In segno di gioia, come scoppi d'artifico”. “Lo dissuasi. Ci sarebbe stato troppo rumore”. Sergio Carlotti uscirà dall'Infermeria fra gli ultimi, dietro di lui solo Cosimo Giordano.


sabato 9 settembre 2017

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domenica 23 luglio 2017

L'estate elbana

Se chiedi, a chi ha trascorso la preadolescenza negli anni della ricostruzione del Paese dopo la disfatta dell'ultimo conflitto mondiale ed era fanciullo durante il boom economico, se ricorda di essere stato felice. Di sicuro ti risponde di quando si trovava nelle vie di paese assolate e torride d'estate. Con le scuole chiuse. Quindi libero da impegni cogenti. La libertà di essere padrone di organizzare il tuo tempo la misuravi attraverso i tuoi passatempi preferiti, che consistevano in una incredibile varietà di giochi da organizzare insieme con i coetanei nel vicinato. Dalla creazione di tricicli, alla realizzazione di cerchi che utilizzavi in epiche gare impiegando forcelle ricavate con il fil di ferro, ai duelli infiniti con le biglie su percorsi improponibili, ricavati sulle strade che non erano ancora asfaltate. Erano gli anni in cui le madri mandavano liberamente i figli per strada a giocare, tanto le macchine non c'erano (o almeno erano poche) e, quando ne passava una, occorreva farsi sul ciglio e non respirare per qualche secondo per non starnutire a causa della polvere sollevata. Sì, erano tempi in cui si era felici, anche se mancavamo di tutto: le autovetture non avevano, al loro interno, l'aria condizionata, ma in compenso mostravano sul tettino il portabagagli. Nei paesi isolani si contavano sulle punte delle dita le persone che potevano permettersi un'automobile. Ce l'aveva anche un commerciante di generi vari che gestiva sulla strada più frequentata della Città un negozio di alimentari. D'agosto, con il caldo che faceva, teneva aperte le finestre in modo tale da far corrente con la porta d'ingresso: quando entravi ti impegnavi a far presto per restare dentro il meno possibile. C'era di tutto, in quel negozio: una sorta di emporio che accontentava le esigenze delle comari. Aveva un casolare in campagna, dove puntualmente, ogni estate, si ritirava con la moglie, vecchia come lo era lui. Facile scorgere sul portabagagli qualsiasi tipo di mercanzia, la più varia che si portava appresso. Erano gli anni in cui anche gli artigiani, gli operai possedevano, ognuno, un magazzino fuori di paese. D'estate la Città si svuotava, come qualsiasi altro centro urbano. Si andava nel podere a trascorrere i mesi più caldi dell'anno. Chi ne aveva uno in vicinanza del mare. Chi invece in collina (era invece la maggioranza) con appezzamenti di terreni coltivati a vigne e orti. Il mare non aveva l'attrattiva che riveste oggi. Si preferiva la masseria per dedicarsi alle cure delle viti o ai frutti dell'orto, se non agli animali domestici. Erano gli anni in cui anche i pensionati potevano godersi la vita dopo i sacrifici e ognuno possedeva qualcosa, da lasciare agli eredi. E non guadagnavano cifre esorbitanti. Eppure avevano una casa in paese e un manufatto in campagna. Quando poi si decideva di fare una spiaggiata, ci si portava dietro perfino le sedie e i tavolini pieghevoli di plastica. E immancabili gli spaghetti al sugo da condividere con il resto della famiglia in parti uguali. E per merenda un uovo lesso, da accompagnare con la schiaccia del forno preparato a legna. Altro che contenitori frigo di plastica e bottiglie di acqua naturale. Avere un thermos con il caffè era un lusso. Ho imparato allora che in ogni spiaggia in cui si andava (mai la stessa, nella medesima stagione) c'era la sua brava sorgente di acqua fresca. Così a Ortano so dov'era l'acqua, anche se dovevi entrare in un terreno privato. Ma il proprietario sapeva che ero entrato per bere e non per rubare ortaggi. Come a Nisporto, nel pozzo della Ballerina, Nisportino, o Barbarossa, non molto distante dalla spiaggia. Bastava portarsi da casa un contenitore. L'acqua era sul posto. La felicitàaveva l'aspetto di un'estate sull'Isola, con le macchine fotografiche ottenute con i bollini della spesa e i rullini da 12 o 24 pose. Dovevi stare attento perché non venissero mosse. Le novità e il progresso venivano dal mare, dai traghetti che trasportavano i primi turisti. L'ebrezza di vendere gli “scherzi” (come si chiamava la pirite) ai turisti stranieri al Padreterno o sul Volterraio. A nessuno di noi era mai balenato in testa che quei pezzi di minerali che i cavatori ogni tanto portavano dalle miniere potessero significare qualcosa, tanto meno ricavarci dei profitti. Eppure fu così che guadagnai le prime cento cinquanta lire, che investii in gassose e ghiaccioli all'arancio. Erano gli anni in cui nascevano le prime discoteche dove ci si recava per un'avventura, con le ragazze che stavano sedute ai tavoli e attendevano l'invito di noi ragazzi. E poi, quando l'avventura finiva con la partenza dall'isola delle ragazze, le cartoline spedite in città, o le telefonate fatte dalle cabine con i gettoni. La testa piena di sogni. Eppure si era felici, anche senza usare lo smartphone. Non avevamo ancora la connessione a internet, ma erano quelli i tempi dell'età dell'oro della nostra generazione. La felicità semplicemente stava in quei materassi arrotolati che mettevamo sopra il portabagagli delle macchine, oppure sulle groppe degli asini che ci aiutavano a portarli nei magazzini di campagna da stendere sui sacchi di vegetali su cui prendere sonno nelle notti caldi di agosto. Albergava lì, e non possedevamo nemmeno la password.